Nei giorni scorsi mi sono recato presso un ufficio della nostra ASL (per esigenze familiari) e, dal tagliacode (rigorosamente cartaceo) ho prelevato il mio numero constatando, con terrore, che, in base all’indicazione al monitor, avrei dovuto aspettare oltre 40 persone. Con un certo sollievo, ho poi constatato che il display non funzionava e si procedeva semplicemente con l’ordine indicato dai numerini ma… sulla base della “sincerità” individuale quando si annunciava di essere il prossimo fruitore del servizio.

In un mondo sempre più digitale e “smart” episodi come questo lasciano un sorriso amaro e, soprattutto, confliggono con esperienze opposte, lanciate dalla medesima ASL, come l’apertura del Primo Ambulatorio virtuale di Comunità, grazie al quale sarà possibile fare controlli, visite e screening digitali mediante telemedicina, anche con specialisti dislocati altrove. Una evoluzione importantissima, creando un percorso, finalmente in virtuoso, in cui è la sanità a muoversi verso il cittadino invece che costringere quest’ultimo a spostamenti, anche lunghi o impervi, per raggiungere luoghi in cui poter essere visitato.

Questa è la tecnologia che ci fa crescere, come umanità e come società civile, e segue la strada di tante evoluzioni che possono contribuire a migliorare fruibilità ed efficacia dei servizi sanitari. Parliamo di soluzioni che vanno dalle app assistenziali, che ci ricordano quando prendere le medicine alla computer vision, che può controllare i comportamenti delle persone fragili per attivare alert immediati in caso di pericoli o cadute.

La crescita esponenziale dell’AI ha permesso di espandere incredibilmente la quantità di strumenti a disposizione della salute delle persone, un ambito in cui anche Wonderlab sta muovendo passi importanti: oltre allo sviluppo di FluencyLab, per il trattamento della balbuzie, ha realizzato diverse soluzioni destinate a bambini e ragazzi, in cui viene usato il paradigma videoludico come leva motivazionale e coinvolgente per applicare metodologie di contrasto ai disturbi dell’apprendimento.

Da poco, inoltre, è stato avviato uno dei progetti più ambiziosi: Iperteen, in collaborazione con l’Università Cattolica Montemurro-D’Ippolito, per applicare intelligenza artificiale e realtà virtuale nelle fasi di screening precoce, diagnosi e terapia del disturbo dello spettro autistico. Un’idea che potrebbe migliorare la vita di tante famiglie, ma che si basa su un principio che riteniamo inviolabile in tanti campi ma soprattutto in quello clinico: la tecnologia può fare tantissimo e, in molti casi, avere una efficacia superiore ai farmaci, ma deve restare uno strumento (prezioso) a supporto dei medici, non un loro sostituto.

In nessun caso, oggi e plausibilmente anche in futuro, dobbiamo pensare che l’AI possa sostituire la competenza, l’esperienza e l’intuito di uno specialista umano!

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